Rassegna Stampa

PASTA DI GRANI ANTICHI E SENSIBILITA’ AL GLUTINE

Ecco i risultati di una nuova ricerca scientifica ignorata dal circuito di media
Paolo Caruso, direttore tecnico di Simenza

La sempre maggiore presenza di soggetti che preferiscono rinunciare, per motivi medici o per semplice moda, a prodotti contenenti glutine, sta conducendo il mondo dell’industria agroalimentare e parallelamente il mondo della ricerca scientifica a valutare valide alternative che possano in qualche modo aiutare a ridurre gli effetti di queste patologie.

Ricordiamo che i prodotti a base di cereali che contengono glutine possono causare l’innesco di una vasta gamma di disturbi gastrointestinali che colpiscono un numero sempre maggiore di soggetti in tutto il mondo.

L’intolleranza al glutine più studiata è la celiachia, una malattia autoimmune che colpisce l’intestino tenue.
La celiachia si manifesta nell’1% della popolazione mondiale e, ad oggi, l’unica cura medica per i soggetti interessati è l’adozione di un regime alimentare che esclude tassativamente la presenza di prodotti a base
di grano, segale, farro, orzo e avena.

Esiste però un gruppo percentualmente più significativo di individui, circa il 10-15% della popolazione mondiale, che pur non essendo affetto da celiachia presenta una vasta gamma di sintomi gastrointestinali, noti come sensibilità al glutine non celiaca (NCGS), dall’inglese Non-celiac gluten sensitivity. Questa dicitura negli ultimi tempi è oggetto di un vivace dibattito, infatti diversi studiosi la stanno modificando in “sensibilità al grano non celiaca”, poiché non si ha l’assoluta certezza che questi fenomeni infiammatori siano di esclusiva pertinenza del glutine.

Questa indeterminatezza è stata confermata recentemente da alcuni ricercatori della Monash University che sono riusciti ad identificare nei  cosiddetti FODMAP (fermentable oligo-, di- and monosaccharides, and polyols) ovvero carboidrati a catena corta,  altri fattori negli alimenti contenenti glutine, potenzialmente responsabili della sintomatologia tipica dell’NCGS.

I pazienti con sensibilità al glutine non celiaca (NCGS) non hanno la malattia celiaca, ma i loro sintomi migliorano dopo una dieta priva di glutine (GFD).

Un recente studio, opera di un gruppo di ricercatori del Digestive Disease Center, Fondazione Policlinico Universitario A. Gemelli IRCCS – Università Cattolica del Sacro Cuore e del Dipartimento di Scienze e Tecnologie Agrarie, Alimentari, Ambientali e Forestali dell’Università degli Studi di Firenze, dal titolo “A Durum Wheat Variety-Based Product Is Effective in Reducing Symptoms in Patients with Non-Celiac Gluten Sensitivity: A Double-Blind Randomized Cross-Over Trial” pubblicato sulla rivista scientifica Nutrients, ha confrontato i diversi effetti del consumo di pasta prodotta con semola della varietà Senatore Cappelli  rispetto a quella prodotta con semola commerciale standard su pazienti con NCGS noti.

E’ stato eseguito uno studio cross-over randomizzato in doppio cieco su 42 pazienti (età media 45 anni) a cui era stata diagnosticata la NCGS, questi soggetti sono stati suddivisi in due gruppi e alimentati per un periodo di due settimane con pasta prodotta con semola di varietà senatore Cappelli e con pasta commerciale standard. Successivamente, dopo un periodo di washout di due settimane, i due gruppi di pazienti hanno invertito il tipo di pasta utilizzata.

Alla fine del periodo sperimentale sono stati valutati i sintomi; i pazienti hanno riportato un miglioramento dei sintomi complessivi dopo aver mangiato pasta Senatore Cappelli rispetto alla pasta standard ed inoltre sono state segnalate positive ricadute per diversi sintomi gastrointestinali ed extraintestinali, quali gonfiore, distensione addominale, eruttazione, flatulenza, sensazione di evacuazione incompleta, dermatite e intorpidimento degli arti.

Se i risultati di questo studio dovessero essere confermati da ulteriori ricerche, si aprirebbero nuovi interessantissimi scenari riguardo a una diversa dieta disponibile per i pazienti con NCGS, con chiari ed evidenti benefici sanitari, economici e sociali.

Purtroppo la varietà Senatore Cappelli è tuttora al centro di una contestatissima ‘privatizzazione’ infatti il Ministero delle Risorse Agricole (dal quale dipende il CREA) ha ceduto a una società privata, la SIS di Bologna, i diritti di moltiplicazione del seme, creando una condizione di monopolio e impedendo di fatto agli agricoltori la libera coltivazione e vendita.

Ad oggi, malgrado le battaglie portate davanti alla giustizia amministrativa dall’associazione GranoSalus, che riunisce produttori di grano duro del Sud Italia e consumatori, la vicenda non è stata risolta, portando molti agricoltori ad abbandonare la coltivazione della varietà Senatore Cappelli.

Gli agricoltori siciliani potrebbero avere un’alternativa a questa situazione, ricordiamo infatti che la varietà Bidì e il Margherito come suo sinonimo, derivano, come il Senatore Cappelli da una famiglia di grano duro nord africana, il Jean Retifah. Recentemente queste due varietà sono state iscritte nel Registro delle Specie da Conservazione della Regione Siciliana e diversi agricoltori la stanno riproducendo per fornire un prodotto che è sostanzialmente uguale a quello prodotto con la varietà Senatore Cappelli

Spighe di cv “Margherito”, “Bidì” e “Senatore Cappelli”

Tuttavia occorre che la vicenda del Senatore Cappelli venga risolta presto a favore degli agricoltori e che per il futuro venga impedito che si ripresentino situazioni analoghe con altre varietà.

I SEMI SONO DI TUTTI

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